Un’anticipazione del numero 4/2025 di Resistenza
Senza alcuna paura di essere strumentalizzati da qualcuno, abbiamo deciso di essere in piazza il 5 aprile, nella manifestazione promossa dal M5s, come all’assemblea indetta dall’Usb lo stesso giorno a Roma, nelle piazze della Fiom, della Fim e della Uilm il 28 marzo, in piazza a sostegno della resistenza e del popolo palestinese il 12 aprile e saremo in tutte le piazze in cui riusciamo a essere presenti, per sostenerle e attuare il nostro piano d’azione.
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Dopo la parabola discendente dei governi Conte 1 e Conte 2, il M5s è entrato a pieno titolo nel campo delle Larghe Intese. Nonostante ciò, e nonostante le porcate del governo Conte 2 e il sostegno dato al governo Draghi, è un partito diverso da tutti gli altri partiti delle Larghe Intese, in ragione della sua natura (il modo e il motivo per cui è nato) e del legame che continua ad avere con una parte delle masse popolari.
Il fatto di essere stato per anni il bersaglio contro cui si sono accanite le Larghe Intese (e di esserlo ancora ogni qualvolta non sia allinea precisamente alle Larghe Intese) continua a conferire al M5s un certo ascendente fra le masse popolari o, per dirla diversamente, continua a suscitare aspettative in una parte delle masse popolari.
Nel pieno della crisi del governo Meloni e del moltiplicarsi di iniziative e di mobilitazioni, a inizio marzo il M5s aveva indetto la manifestazione del 5 aprile. Con ogni probabilità si trattava di un’operazione finalizzata da un lato a preservare quel minimo di seguito e credibilità di cui il M5S ancora gode in alcuni settori popolari e dall’altro a definire equilibri interni al campo largo, in particolare rispetto al Pd. Ma nel corso delle settimane quella manifestazione ha assunto un altro valore, più ampio e profondo: è diventata la manifestazione di massa contro la guerra e l’economia di guerra che la parte avanzata delle masse popolari aspettava da tempo. È diventata la risposta alla piazza guerrafondaia che i servi della Ue hanno provato a mettere in campo il 15 marzo in Piazza del Popolo a Roma.
Questo significato, del tutto indipendente dagli obiettivi originari dei vertici del M5s e persino dalla sua volontà, è un dato politico oggettivo. È un dato innegabile, o meglio, solo chi è tonto, fa il finto tonto o ha specifici interessi per negarlo lo può negare.
Al di là dei numeri – scriviamo l’articolo prima che si svolga e non possiamo conoscerli, ma siamo in una fase in cui i paragoni storici sui numeri lasciano il tempo che trovano – è una manifestazione “di massa” che porterà in piazza gli stessi settori popolari che scesero in piazza contro la guerra in Iraq il 15 febbraio del 2003 (oltre un milione di persone) e contro l’attacco del governo Berlusconi all’articolo 18, il 23 marzo del 2002 (tre milioni di persone).
A nessun rivoluzionario, ma anche solo progressista, ma anche solo “a nessuno di sinistra”, sarebbe venuto in mente di disertare la manifestazione del 2003 e quella del 2002 perché erano indette da – in ordine – gente che aveva dato il via libera al bombardamento della Serbia nel 1999 e gente che aveva introdotto o comunque sostenuto la precarietà del lavoro con il pacchetto Treu nel 1997.
Oggi ci sono organizzazioni che si definiscono comuniste e rivoluzionarie che lanciano anatemi contro la manifestazione del 5 aprile e contro le organizzazioni comuniste che vi partecipano.
Le argomentazioni di questi anatemi? Alcune sono semplicemente stupide, squalificanti più per chi le usa che per coloro a cui sono rivolte (rossobruni, amici di Putin, ecc.); altre sono antipolitiche (la tiritera sul ruolo del M5s, il tradimento, il governo Conte, la pandemia, il finanziamento all’Ucraina votato dal M5s, il governo Draghi, ecc.) e altre ancora hanno una qualche rilevanza politica (chi partecipa alla manifestazione porta acqua al mulino di Conte e del M5s).
Tuttavia la questione di partecipare o meno a una manifestazione come quella del 5 aprile (non solo a quella, a qualunque manifestazione come quella) non dovrebbe neppure porsi: al di la di chi ne è il promotore è una risposta all’esigenza impellente delle masse popolari di scendere in piazza contro la guerra e l’economia di guerra.
È una manifestazione inadeguata, ambigua, manchevole, parziale e confusa? Sta a chi ha argomenti solidi, giusti, positivi e rivoluzionari portarli a coloro che vi parteciperanno, anziché mettere la testa sotto la sabbia e presagire “manipolazioni da parte di Conte del M5s”. Anche perché, al di là degli anatemi o di sciocche offese, quei lavoratori e quei settori popolari in piazza ci andranno lo stesso e il modo migliore per dargli un orientamento e non lasciarli in balia di Conte o Fratoianni è andarci a parlare, stare con loro, essere presenti e dare un orizzonte alle giuste aspirazioni e rivendicazioni che si pongono. Devono fare questo, anche perché altrimenti non si capisce né di cosa parlino né a chi parlino, quelli che scrivono comunicati e note di critica [vedi, fra gli altri, Contropiano, Pungolo rosso, Nuova egemonia] a chi parteciperà alla piazza del 5 aprile.
C’è altro. Al netto del fatto che partecipare a una manifestazione non significa aderire, la partecipazione di ogni organizzazione politica, in particolare comunista, attiene all’attuazione di un piano d’azione e di una linea indipendenti dal M5s (e dalla sua linea), che riguardano la singola organizzazione che vi partecipa.
È naturale che – ma è sbagliato comunque – chi non ha un piano d’azione non partecipi (perché è spinto a mettersi in concorrenza) e dica peste e corna di chi partecipa (perché vuole distinguersi, benché in malo modo).
Pertanto il partecipare a manifestazioni di massa come quella del 5 aprile più che un’occasione per passare al setaccio “chi è puro” e “chi porta acqua al mulino del nemico” è occasione per capire chi ha un piano d’azione e chi non ce l’ha.
Ma non è tutto.
In Italia abbiamo estremo e urgente bisogno di dare una strutturazione pratica e concreta a quel fronte anti Larghe Intese che esiste già – e lo si vede dalle tante mobilitazioni che in ordine sparso che si susseguono, a volte indette in concorrenza l’una con l’altra – ma che non nasce sotto il cavolo. Per nascere ha bisogno dell’azione cosciente almeno di quella parte degli organismi operai e popolari, dei partiti e delle organizzazioni, politiche e sindacali, che hanno una visione delle cose aderente alla realtà (estremo e urgente bisogno…). Se queste si muovono si porteranno appresso anche le altre, quelle più incerte e persino le recalcitranti.
Tutto quanto detto rispetto alla manifestazione del 5 aprile fa emergere l’esistenza di una diffusa e deleteria idea che per dare vita al fronte anti Larghe Intese bisogna essere d’accordo su tutto, fare tutto insieme, non avere idee diverse, non praticare la critica politica, la polemica e gli scazzi, anche.
Come bambini capricciosi, alcuni non vanno in piazza con questi, altri non parlano con quelli, il tale sindacato di base non parla con l’altro sindacato di base, si susseguono “scioperi generali” di nicchia e regna la particolare convinzione che disertare le piazze dei metalmeccanici della Fiom, ad esempio, sia un’efficace forma di contestazione a Landini (“perché è un venduto”), mentre invece è il modo per assicurarsi che agli operai ci parli solo la Cgil.
Altro che orchestrina del Titanic!
Compagni e compagne, il fronte si fa fra organizzazioni che non condividono necessariamente ALTRO che l’obiettivo particolare e specifico che le accomuna. Il fronte anti Larghe Intese deve raccogliere tutti quelli che sono CONTRO le Larghe Intese. Non è difficile capirlo e non è troppo difficile farlo. È un “piccolo passo della volontà” che apre grandi spazi di possibilità.
Quali possibilità? Ognuno degli organismi che lo costituisce darà la sua risposta. Noi sosteniamo che la principale possibilità attiene al fatto di poter iniziare a mettere in sinergia e in concatenazione le mobilitazioni, le proteste, le lotte rivendicative che sono già in corso; combinarle con la partecipazione alle elezioni (irruzione alle elezioni) e fare di tutto questo movimento un problema di ordine pubblico, un problema politico generale.
C’è un altro aspetto importante. Esattamente come costruire e partecipare al fronte non richiede di essere d’accordo su tutto (se fossimo tutti d’accordo non sarebbe un fronte…), non è assolutamente richiesto di limitare l’attività di ogni specifico organismo alle attività del fronte. Anzi, sarebbe profondamente sbagliato, sarebbe la strada per cui ogni partito e organizzazione del fronte dovrebbe mettere da parte il proprio piano d’azione. Il fronte, invece, non è e non deve essere unità al ribasso che immobilizza, ma il contesto in cui ogni partito e ogni organizzazione da una parte contribuisce allo sviluppo del movimento operaio e popolare contro il nemico comune e dall’altra sviluppa la sua propria e specifica linea.
Lavoriamo incessantemente alla strutturazione del fronte anti Larghe Intese. Anzi, che il fronte si strutturi è parte del piano d’azione del P.Carc.
Per questo, senza alcuna paura di essere strumentalizzati da qualcuno, abbiamo deciso di essere in piazza il 5 aprile, nella manifestazione promossa dal M5s, come all’assemblea indetta dall’Usb lo stesso giorno a Roma, nelle piazze della Fiom, della Fim e della Uilm il 28 marzo, in piazza a sostegno della resistenza e del popolo palestinese il 12 aprile e saremo in tutte le piazze in cui riusciamo a essere presenti, per sostenerle e attuare il nostro piano d’azione.
Analisi, e spiegazione dei motivi dell’adesione alla manifestazione del 5/4, molto chiari e articolati.
Resto dubbioso sulle capacità di lettura e comprensione anche solo da parte dei molti ” sinceri democratici”.
Che preferiscono seguire ogni sbuffo d’aria del ventaglio delle larghe intese, attività ormai irrefrenabile, per raffreddare l’incendio in atto.
A questo degrado delle capacità cognitive è giusto rispondere insistendo nei ragionamenti e negli atti conseguenti a questi.
Saluti a pugno chiuso!