Il 23 marzo su rassegna.it è stata pubblicata la denuncia (che rilanciamo in appendice) di un operaio Fincantieri di Taranto, dove viene messo nero su bianco il ricatto dei padroni contro gli operai: o rischi di prendere il Covid-19 lavorando, oppure perdi la paga!
L’articolo è solo esemplificativo: sono centinaia i casi in cui i padroni costringono di fatto i lavoratori a continuare a produrre, anche produzioni non necessarie ad affrontare l’emergenza e per giunta anche in condizioni sanitarie precarie. Dopo il DPCM del 25 marzo, solo in Lombardia più di 12 mila aziende hanno chiesto ai prefetti di restare aperte e quasi tutte hanno avuto «l’accordo»: solo gli scioperi e le mobilitazioni, le «malattie», hanno fermato le produzioni o comunque garantito ai lavoratori che hanno continuato a lavorare una certa sicurezza per la propria salute. Ma non basta! I padroni, senza vergogna alcuna, mostrano beceramente la sete di profitto a discapito della salute pubblica e di migliaia di morti e contagiati: si guardano bene i giornalisti pennivendoli dal dire se i morti e i contagiati sono operai oppure padroni, per paura di confermare la necessità di chiudere le aziende non necessarie e intaccare gli interessi padronali!
Per contrastare gli abusi dei padroni, non bisogna affidarsi al prefetto locale (come prevede il DPCM) e aspettare che confermi la continuità produttiva: in ogni azienda capitalista bisogna costituire comitati di controllo operaio, che da subito denunciano i tentativi di ricatto dei padroni, che sviluppino da subito modalità di lotta compatibili con i rapporti di forza che hanno. Scioperi bianchi e non, blocchi temporanei delle produzioni, turnazioni di lavoro con le «malattie» per permettere di non sovraffollare le linee produttive, denunce anonime ai giornali locali (potete inviarle anche a carc@riseup.net) e tutte le forme di lotta che mettono all’angolo i padroni e vanno nell’interesse di difendere la salute dei lavoratori!
Operai, «andrà tutto bene» solo se vi mobilitate in prima persona per far fronte all’emergenza!
Il futuro è nelle mani della classe operaia!
Il Partito dei CARC sostiene già oggi e sosterrà ogni lavoratore che si mette su questa strada!
Fincantieri
Sulla nave militare, al lavoro come se nulla fosse
23 marzo 2020 ore 14.07
Tutti i dipendenti del gruppo sono in ferie forzate, ma all’Arsenale di Taranto si continua a lavorare. Un operaio in appalto: “Ci hanno messo di fronte a un aut aut, se smettiamo perdiamo la paga”. La Fiom: “Si fermino, non è un’attività essenziale”
Ci sono luoghi in cui il lock down da Coronavirus non arriva, come sulle navi militari in banchina. All’Arsenale di Taranto ad esempio, nonostante le disposizioni governative, si continua a lavorare sulla portaerei Cavour della Marina, la nave ammiraglia della flotta. Oggi (23 marzo) il cantiere resta aperto, e lo sarà anche domani. In attesa di capire cosa succederà il 25 marzo, data fatidica indicata dal premier Giuseppe Conte per la chiusura totale.
“Nel caos di questi giorni, nel pieno di un tavolo nazionale in cui stiamo cercando di far ragionare l’azienda – racconta Roberto D’Andrea, coordinatore nazionale Fincantieri per la Fiom –, ieri sera un lavoratore anonimo ha mandato una mail interna in cui informa che nel cantiere di Taranto si continua a operare su una commessa militare. E questo accade mentre tutti i siti Fincantieri d’Italia restano chiusi e i lavoratori sono stati messi in ferie forzate. Ma quella, come altre, non è certo un’attività che ha il carattere dell’urgenza”.
“Un lavoratore anonimo ci ha informato che nel cantiere di Taranto si continua a lavorare”
D’Andrea fa riferimento ai lavori di manutenzione e ammodernamento della portaerei Cavour. La nave, costruita da Fincantieri e in servizio dal 2009, è infatti in manutenzione a Taranto da quasi due anni. Il 26 novembre scorso è uscita dal bacino di carenaggio dopo aver ultimato alcune attività iniziate nel luglio scorso. La chiusura dei lavori era prevista proprio per questa primavera. Fincantieri e Marina, quindi, nonostante la pandemia, vogliono seguire la tabella di marcia stabilita.
“Stanno tirando il più possibile, perché abbiamo quasi finito – ci racconta Raffaele (nome di fantasia), operaio in appalto che vuole rimanere anonimo per timore di ritorsioni –. La nave, in realtà, è già pronta a salpare, mancano solo dei piccoli dettagli di arredamento, ma non sono certo fondamentali. Hanno detto che c’è tempo per andare avanti fino al 25 marzo, ma le lavorazioni interne, quelle più delicate, sono state ultimate. Non è rimasto davvero nulla di essenziale o indispensabile. Stiamo lucidando le maniglie”.
“Non è rimasto nulla di indispensabile, stiamo lucidando le maniglie”
Secondo Raffaele, tutta questa fretta è dovuta anche a pressioni che Fincantieri sta ricevendo dalla Marina. Continuare, però, oggi è diventato davvero pericoloso. “Non c’è altra spiegazione – dice –, sulle navi non si può certo stare a metro di distanza, e poi a Taranto la situazione è anche peggiore, perché a bordo ci sono pure gli uomini della Marina”. Fino alla scorsa settimana i militari erano addirittura 500, ora sono stati più che dimezzati. “Non abbiamo nemmeno dispositivi di protezione e non è stata fatta alcuna sanificazione. D’altronde, su un nave si tratta di un’operazione davvero complicata”.
Nel cantiere dell’Arsenale, in realtà, i lavoratori diretti della Fincantieri sono molto pochi, una quindicina in tutto, quasi tutti lì per coordinare la produzione. Gli altri sono tutti in appalto. “Siamo quasi tutti operai di ditte locali, e siamo i più indifesi”. In realtà, alcune aziende hanno anche opposto resistenza e alla fine se ne sono andate, rimettendoci parecchi soldi.
“Siamo quasi tutti operai di ditte locali, e siamo i più indifesi”
“Ma la maggior parte hanno deciso di rimanere – racconta ancora Raffaele –. Fincantieri e Marina non ci hanno comunicato nulla, come se nel mondo non ci fosse una pandemia e la gente non morisse intorno a noi. In sostanza, ci hanno messo davanti a un aut aut: se non completiamo le lavorazioni, le aziende potrebbero essere costrette a pagare una penale e potrebbero anche chiudere, così i lavoratori in appalto rischierebbero di non prendere lo stipendio. No, non ci sono le condizioni per continuare a lavorare, ma ce l’hanno praticamente imposto”.
Circa 200 operai, quindi, restano esposti al rischio di contagio da Coronavirus. “Secondo me – conclude Raffaele – si sta andando avanti anche perché siamo in un cantiere relativamente piccolo, che non occupa migliaia di persone come gli altri. Ed è anche un po’ nascosto. Si nota meno, insomma”.
Il cantiere della Cavour, in effetti, occupa solo un canale dell’Arsenale di Taranto. C’è un’area delimitata da una banchina e recintata, sotto la responsabilità diretta di Fincantieri. Per entrare bisogna passare per dei tornelli e timbrare un cartellino. Per il resto, l’intera area ospita la più importante realtà produttiva della Difesa italiana, con 2.400 dipendenti civili. Come si legge sul sito della Marina, “alla realtà tarantina spetta il compito di assicurare il supporto e l’efficienza delle unità navali secondo la tabella di marcia fissata dallo Stato Maggiore, concordata e approvata dall’Ispettorato navale logistico non prima di un esame congiunto con lo stesso stabilimento”. La tabella “stabilita, concordata e approvata” non prevedeva un’epidemia globale di un virus sconosciuto. Ma, a quanto pare, non importa. E si va avanti fino alla fine.
“Il cantiere di Taranto viene considerato in maniera differente rispetto a tutti gli altri siti, perché non è formalmente di proprietà Fincantieri, e opera su un’area pubblica – dice D’Andrea –. Ma, sebbene il lavoro sia a supporto della Difesa, è evidente che non è essenziale. In sostanza, si sta forzando su una lavorazione ordinaria, e soprattutto lo si sta facendo in uno dei cantieri meno sindacalizzati del comparto”.
“Si sta forzando su una lavorazione ordinaria in uno dei cantieri meno sindacalizzati”
La Fincantieri la scorsa settimana aveva messo tutti i suoi 9.500 lavoratori diretti in ferie forzate per due settimane. I sindacati erano ovviamente contrari, e stanno ora lavorando per verificare la possibilità di smart working per tutti, visto che il 55% dei dipendenti è composto da impiegati. In tutti i siti Fincantieri, però, il numero dei lavoratori in appalto è esorbitante. “Come all’Arsenale di Taranto – conclude D’Andrea – abbiamo il problema degli oltre 24.000 operai delle ditte in appalto, che sono state lasciate nello sbando più totale. L’azienda non ha gestito minimamente la cosa, e i danni maggiori ora si stanno scaricando sui lavoratori più deboli, che stanno perdendo la paga”.